25 Ott, 2009 alle 09:54 | Domenica scorsa, mentre mi trovavo in un centro commerciale nel catanese, mi sorpresi al vedere un cartello con la scritta
“S. Messa ore: 12” Fu così che a mezzogiorno decisi di seguire la celebrazione lì, un po’ per comodità, un po’ per curiosità. Iniziai a cercare quello spazio riservato fra i negozi. La messa era già cominciata, c’erano almeno una trentina di persone e, sorprendentemente, c’era pure un musico che animava il rito suonando la chitarra, come se ci trovassimo in una parrocchia qualsiasi.
Nulla di eccezionalmente raro perché, tra l’altro, in molti luoghi pubblici esistono piccole cappelle. Ecco, cappelle, quindi spazi pensati e realizzati con un intento ben definito come avviene, per esempio, in molti aeroporti, ospedali e stazioni. Ed in effetti la cosa strana, per me, non era tanto il punto
“fuori luogo” in cui si svolgeva la celebrazione, ma lo spazio riservato a tale funzione che, chiaramente, non era stato creato per quel fine, non trattandosi di una cappella ma di una via di fuga dello stabile. Un settore fra due negozi, con una profondità di circa 15 mt. per una ampiezza di 8 mt., il problema principale era l’acustica, peggiorata dal continuo via vai dei clienti domenicali nel corridoio adiacente. Certo, non si può pretendere che tutti i clienti del mall siano rispettosi nei confronti di chi, liberamente, sta celebrando la principale cerimonia cristiana.
Anche se siamo in
Italia, quindi un paese con una
forte cultura del cristianesimo alla base, non possiamo obbligare nessuno a rispettare col silenzio l’attuazione di questo rito.
È proprio a questo punto che, distratto come ero dal rumore di fondo, iniziai a riflettere sulle recenti polemiche sulla
proposta del viceministro allo Sviluppo economico di introdurre
l’ora di religione islamica nelle scuole italiane ed alle
reazioni del mondo politico e dell’opinione pubblica.
In verità, il mio pensiero parte da un po’ più lontano: a causa del contesto un po’ fai da te, piccolo, scomodo e fuori luogo, consideravo
la realtà che vive una comunità, neanche troppo piccola, come quella dei
musulmani oggi in Italia ed in particolare a Catania. Qui non esistono moschee tali da poter essere considerate alla pari con una piccola parrocchia cattolica, chiaramente a livello di struttura fisica, di edificio materiale. I templi nei quali siamo abituati a vedere pregare i fedeli rivolti verso la Mecca, solitamente sono capannoni, locali, botteghe, garage o, addirittura, marciapiedi e ripeto: non sono poche le persone che pregano Allah, anche se vivono in questa terra “dalle profonde radici cristiane”. Forse loro si sentiranno perennemente come mi sentivo io mentre pregavo lì, ovvero un po’ “fuori luogo” e “poco rispettato” da quel via vai indifferente.
Una volta fatta questa osservazione cominciai la mia riflessione a proposito dell’
ora di religione islamica facoltativa e alternativa a quella cattolica. Il tutto senza considerare gli aspetti tecnici e l’effettiva fattibilità del progetto, bensì, ragionando sul concetto base e ciò che significherebbe culturalmente per la società italiana. L’idea non è maligna ma potrebbe non favorire l’integrazione, anche supponendo che potrebbero mischiarsi le carte -non per forza chi è cattolico sceglierà di seguire l’ora di religione classica, né chi è musulmano opterà di seguire quella islamica- e conoscersi maggiormente gli uni gli altri, il fatto più probabile è che ognuno scelga la rispettiva religione e si aumenti il divario culturale. Quindi, “l’ora di islam” favorirebbe la formazione religiosa delle nuove generazioni d’immigrati musulmani, dando loro la possibilità di avere più matrici educative sul Corano che, in caso contrario, studierebbero unicamente dentro le “moschee” italiane. Stando così le cose, ci sarebbe
meno integrazione da un lato e
più formazione dall’altro.
La
soluzione ideale, a mio parere, sarebbe la
sostituzione definitiva della
“religione” con una materia come la
"teologia delle religioni", per affrontare il tema, sempre attuale, del rapporto dell’uomo con dio, da un punto di vista storico-teologico in maniera amplia, limpida e imparziale.
Poi sono tornato in me quando, durante la preghiera dei fedeli, il lettore ha detto: perché i capi delle nazioni si considerino non padroni, ma i padri dei popoli loro affidati, preghiamo. Un sorriso ha riempito immediatamente il mio viso ed il mio pensiero è volato da Silvio e, ammetto, pensai fosse una causa persa .