Giornalista, scrittore, critico e autore teatrale: i mille volti del "Maestro" Filippo Arriva
23 Giu, 2009 alle 19:06 | Un vero maestro, di vita e di cultura. Non parlo di un nostro docente universitario o dell’ennesimo psicologo da strapazzo che si affaccia in Tv, ma di un uomo dall’alto profilo intellettuale ed umano: Filippo Arriva.
Per chi non lo conoscesse, oltre a possedere queste brillanti capacità umane e intellettuali, egli è giornalista, scrittore, critico televisivo e teatrale nonché autore di diversi testi teatrali.
Ho avuto il piacere, e l’onore, di sottoporlo telefonicamente ad una divertente quanto interessante intervista da cui si è dedotto l’ “Arrivapensiero” su molti ambiti di diversa conoscenza, quale il suo personale rapporto con la città, la formazione universitaria legata agli studenti, il teatro Bellini di Catania e molto altro ancora.
Per comodità del lettore evidenzierò con la “G” la mia voce di giornalista e con “F.A” le iniziali del Maestro Filippo Arriva.
1) G: Dunque, dott. Arriva, quando e dove è cominciata la sua carriera di giornalista?
F. A: Innanzitutto premetto che devo molto a Candido Cannavò, il quale contribuì alla mia assunzione preso “La Sicilia” e ai miei maestri Di Stefano e Catalano. Inizialmente collaborai con la segreteria de “La Sicilia” e successivamente a causa della migrazione di molti giornalisti de “La Sicilia” alla Rai, fui traslato in redazione dove iniziai il mio lavoro.
2) G: Predilige maggiormente l’attività di giornalista o di scrittore?
F. A: Prediligo l’attività di giornalista, poiché amo e possiedo il dono della sinteticità. Adoro la metafora, la frase ad effetto e gioco molto sul piano della retorica classica.
La mia capacità è quella di dare molte informazioni in poco spazio.
3) G: Cosa ne pensa della formazione che ricevono gli studenti nelle attuali facoltà, Le appaiono realmente preparati oppure no?
F. A: Gli studenti escono ignoranti dalle loro facoltà di appartenenza a causa di una logica di consumo: la logica del programma “Amici” e la tesi del “Ventre molle”, ossia l’abbassamento di una capacità critica e di una dialettica che progressivamente diminuisce sempre più.
La televisione di oggi favorisce lo scontro, fisico e intellettuale, e non l’incontro solo sul piano intellettuale
4) G: Ho appreso da una sua biografia che ha curato in passato il progetto Medialab della facoltà di Lingue di Catania (scrivere per la televisione). Come ha giudicato questa esperienza?
F. A: I ragazzi erano parecchio ignoranti e poco motivati. La colpa comunque non la attribuisco a loro ma alla famiglia e all’Università. Quasi tutti non possedevano uno spirito critico, una vera concezione della politica e all’atto di chiedergli di provare a scrivere una sceneggiatura si sono mostrati demotivati, e oserei dire quasi terrorizzati.
5) G: Che rapporto hanno secondo Lei i giovani nei confronti del teatro e delle manifestazioni prettamente culturali in genere?
F. A: Il rapporto è consequenziale a ciò che ho affermato in precedenza. Se negli anni ’70 la televisione chiamava elementi del teatro, adesso il teatro utilizza i cabarettisti. Ci troviamo di fronte ad un sistema drogato e la cultura risente di questo effetto.
6) G: Da esperto e da addetto ai lavori, cosa ne pensa dell’”affaire” teatro Bellini di Catania?
F. A: Credo che innanzitutto si parta da un errore di carattere legislativo. Se inizialmente il Cda del teatro era composto da cinque elementi, permettendo la possibilità di dialogare e prendere delle decisioni, adesso, con la parità dei membri, si assiste all’immobilità più totale. Per sei mesi si è dibattuto di sciocchezze, e a questioni artistiche si è preferito parlare di fatti politici.
7) G: Quanto pensa possa incidere la funzionalità di un buon teatro, quale quello catanese, nel ridimensionare una realtà etnea profondamente degradata?
F. A: Funziona se esiste un buon teatro. La politica si è impossessata della cultura e ho l’impressione che si stiano formando i salotti culturali tipici degli anni ’70: si depreca il sistema nonostante si ci sia dentro ma non si fa nulla per salvarlo.
8) G: Ho appreso dalla sua biografia che è autore di una pubblicazione di notevole successo, “Il caso Notarbartolo”. Cosa l’ha spinta a trattare un tema così delicato?
F. A: Non so se sia un libro di successo, gradivo il meccanismo secondo cui dal primo delitto di mafia nulla è cambiato, sono cambiate le vittime ma non il sistema e il meccanismo intrinseco.
9) G: Se non erro la data di questa sua pubblicazione risale al 1994. E’ stato influenzato nel suo lavoro dalle precedenti stragi di mafia e dall’inchiesta Mani Pulite?
F. A: No, non sono stato influenzato da Mani Pulite
10) G: Filippo Arriva, ama la sua Catania?
F. A: Amo moltissimo la mia città, purtroppo mi hanno chiuso i ponti (come nel caso del Teatro Stabile e del Teatro Bellini), pertanto mi sento tagliato fuori dalla città, ormai strana e che tende sempre più ad impoverirsi.